Un giorno come tanti

È un giorno come tanti, un giorno d’autunno. Una spendida mattina fresca di rugiada, scaldata da un sole raggiante già alle sette e mezza di mattina. I raggi luccicanti penetrano ancora obliqui attraverso i vetri della finestra e si riflettono sulle pareti della cucina dove Laura prepara la colazione per Giacomo, il figlio più piccolo.

Apre la finestra per lasciar entrare un alito di aria fresca nella sua giornata, un gesto diventato ormai un automatismo. Quel gesto all’apparenza innocuo aveva per Laura lo stesso significato di un’azione eversiva. Quel gesto aveva un significato più profondo.

Era la ricerca della libertà; quella assoluta e alta; quella incomprensibile ai più; quella anelata dai filosofi, irraggiungibile e inafferrabile. Quella stessa che regnava là fuori, a portata di mano, insieme a quella gelida e crudele brezza mattutina, e come quella rarefatta, ma non troppo perché capace di farti rabbrividire, e invisibile, sebbene capace di generare il desiderio di appropriarsene.

Laura rimette in lavastoviglie le tazze usate per la colazione dagli altri due figli già usciti di casa. Ormai frequentano il liceo e sono sufficientemente grandi per svegliarsi e prepararsi la colazione da soli, se ne hanno voglia e soprattutto tempo.

Giacomo invece aveva solo otto anni, frequentava il terzo anno della scuola primaria. Era nato qualche anno più tardi rispetto agli altri due. Laura era già avanti con gli anni e non avrebbe voluto un altro figlio, ma si era lasciata convincere, illudere, dal marito ad averne per farsi perdonare una relazione che diceva di aver troncato. Diceva anche che aveva bisogno di lei, del suo perdono, che voleva tornare da lei ed essere un buon padre per i loro figli, di voler far parte di una famiglia vera. Diceva pure che un altro figlio avrebbe rinsaldato la loro unione, e per un po’ era stato così.

Dopo la nascita di Giacomo invece le cose tra loro avevano ripreso ad essere lo stesso scialbo e sterile rapporto formale che aveva caratterizzato gli ultimi anni: si salutavano con un bacio alla mattina, prima che lui andasse al lavoro, e alla sera, prima di andare a letto, ma tra loro non c’era più intimità.

Non che lei la cercasse, anzi. Ormai si era imposta che non le interessava più. Non lo avrebbe più cercato e, quando il piccolo Giacomo aveva avuto problemi di asma, aveva preso a dormire in camera con lui con il pretesto di vegliarlo durante la notte.

Una volta fatto quel passo, il resto era stato semplice. Non avevano più dormito insieme da allora ed erano passati anni.

Non si sentiva più desiderata e lei stessa non desiderava alcun uomo.

Aveva lasciato il suo lavoro mal pagato di segretaria tutto fare che aveva quando aveva dovuto stare vicino a Giacomo, dopo l’inizio della malattia, fino a che non si sarebbe stabilizzato con antistaminici, cortisonici e tanto amore della sua mamma.

Le mancava il lavoro, ma non le era importato doverlo lasciare, la sua priorità erano i suoi figli, soprattutto quella sua fragile creatura di pochi mesi.

Ora i due figli più grandi erano cresciuti ed erano autosufficienti, e pure il piccolo Giacomo era un ometto e così passava le sue giornate a riordinare casa, fare faccende e cucinare per tutti. Non si lamentava, però non si sentiva più una donna, men che meno una moglie e sempre meno una compagna. Forse sarebbe stato più appropriato pensare a lei come ad una colf.

Però le piaceva stentirsi madre. Solo madre era un po’ poco, ma era sempre meglio di nulla. Se non avesse avuto i suoi figli cosa ne sarebbe stato di lei?

Dà un’occhiata alla mascherina del forno e le cifre dell’orologio digitale indicano che sono le 7:42!

“Amore mio… svegliati. – gli dà un bacio sulla morbida guancia liscia e tiepida e gli chiede – Hai fatto tanta nanna?”

Il piccolo ancora con gli occhi chiusi fa un mugugno e un cenno con la testa.

“Allora alzati, amore mio. Devi andare a scuola. Se no fai tardi.” E presi i calzini puliti dal cassetto tira fuori i morbidi piedini, uno alla volta da sotto il piumone, e glieli infila. “Su, su, smettila. Fai tardi!”

Lo ammonisce amorevolmente.

Giacomo si lascia vestire passivamente, ma non accenna ad alzarsi.

“Se fai tardi, lo sai che succede?” gli chiede come di rito.

Il piccolo annuisce e sbuffando si siede sul letto ancora con gli occhi chiusi e lascia che sua madre gli tolga il pigiamino e lo vesta.

“Posso lasciarti senza che tu torni a letto?”

Giacomo annuisce come un automa, ancora immerso nel mondo dei sogni.

“Promesso?”

E lui ancora una volta annuisce.

Laura lo lascia e torna in cucina. Poi, non vedendolo arrivare, torna da lui e lo trova ancora seduto a letto come in catalessi. Ride di gusto e lo chiama senza spaventarlo.

“Giacomino! La colazione è pronta!”

“Vengo…” grugnisce imbronciato il bimbo.

In un lampo la colazione è divorata. Lo guarda con meraviglia. Alla mattina sembra un lupo affamato. Poi ride e ci ripensa. È sempre un lupo affamato! E pensare che quando era piccolo era così fragile che si doveva stare attenti a prenderlo in braccio dal suo lettino per paura di fargli male.

“Corri a lavarti i denti!” gli dice Laura e gli dà una pacca sul culetto e poi aggiunge “In fretta!”

Escono di casa che sono da poco passate le 8:00. La scuola è a due isolati, ma lei lo accompagna lo stesso, come fosse ancora il primo giorno. Lo saluta davanti al cancello e gli dà un bacio leggero sulle labbra.

“Mamma! Non qui, davanti a tutti!” si lamenta Giacomo.

“Scusa, hai ragione, amore.” e per riparare all’errore gli accarezza la testa. Quei suoi ricci, morbidi e ribelli, s’inerpicano verso l’alto senza alcun sostegno come le piante di fagioli della famosa fiaba. Poi Giacomo si gira e si avvia verso l’entrata.

Lo guarda allontanarsi correre sbilenco con la sua cartella pesantissima verso la scalinata che porta all’interno del maestoso edificio scolastico il cui stile ostenta i fasti dell’architettura fascista. Rimane ancora assorta a rimirare il suo corpicino esile scomparire dietro alla sagoma del bidello che, serioso e impettito nel suo camice grigio, attende l’arrivo dei ritardatari per poi serrare l’uscio.

Ecco. Era di nuovo sola con se stessa. Come ogni giorno. Almeno fino alle quattro del pomeriggio, quando sarebbe tornata a riprendere Giacomo. Poi alla sera sarebbero tornati anche i grandi e più tardi anche suo marito, a meno che non avesse le sue solite riunioni e allora invece si faceva notte fonda. Tanto lei non lo aspettava più alzata. Era meglio per tutti e due. Lui non doveva scusarsi e lei non doveva ascoltare le sue penose bugie.

Si incammina verso il panettiere dove comprerà i soliti cinque panini per il giorno successivo e il litro di latte fresco che servirà per la colazione. Una routine consolidata da almeno tre anni. Tutte le mattine.

Laura passa per il parco, con il sole che dirada la foschia della notte che ancora si aggrappa alle fronde caduche degli alberi, e si ferma ad osservare dei giovani che giocano a pallone. Sembra un torneo tra amici. Ci sono due squadre che indossano magliette di colore diverso sopra i maglioncini di cotone e durante le corse affannose si tirano per i lembi delle magliette e agitano le braccia urlandosi dietro indicazioni su dove tirare la palla col fiato che a nuvolette esce dalle loro bocche. Li guarda con sguardo distante e si meraviglia come possano essere lì in un giorno di scuola. Poi li guarda con più attenzione e pensa che non sembrano poi così giovani, forse sono già all’università.

Vede una panchina vuota e soleggiata e decide che oggi si prenderà un po’ di tempo per sé, tanto a casa non l’aspetta nessuno e se dovesse tornare un po’ più tardi non mancherà a nessuno. In fondo quella libertà che vorrebbe deve conquistarsela e per farlo deve agire in prima persona, deve partecipare alla sua emancipazione intervenendo nel suo quotidiano per interrompere il ciclo della routine.

Il sole ha scaldato la panchina, sebbene di legno, ed è un piacere starsene seduta lì a farsi baciare da quei raggi tanto caldi che attutiscono la frescura che ancora si leva dal terreno bagnato di rugiada. Chiude gli occhi e svuota la mente. Le sembra di lievitare sopra le cime degli alberi, di galleggiare sopra le nuvole. Le piacerebbe essere un uccellino e volare alto e lontano senza una meta. Spaziare nel cielo e fermarsi ora qui ora là, senza obblighi o incombenze. Forse la libertà è questa? Si domanda con gli occhi chiusi lasciandosi cullare delle dalle sensazioni che prova, immaginando che siano la ricompensa a tutti quei suoi strani pensieri che le riempiono la testa.

Forse ha troppo tempo per pensare, adesso che non ha un lavoro ad occuparle la mente. Che sia il segnale a trovare un’occupazione al di fuori delle mura domestiche, ora che i suoi figli sono cresciuti?

Però tornare a essere tiranneggiata da un capo come quello che aveva non è che la entusiasmi molto. Anzi, neppure quel lavoro la entusiasmava più.

Le fredde carte, e poi le altre faccende di cui si occupava che nulla avevano a che fare con le mansioni di segretaria, non erano mai state per lei un argomento interessante. Per lei era esattamente quello che la maggior parte delle persone intendeva con la parola lavoro. Qualcosa di poco gradevole, ma necessario che si doveva fare, una specie di dazio da pagare a questa vita per poter avere in cambio qualcos’altro. Una sorta di scambio, affatto equo, con cui, a fronte di un certo numero di anni di vita, si contrapponeva un certo numero di benefici o beni. Una sorta di trattativa in cui il tuo tempo, la tua vita, veniva stimata, valutata e comprata da chi aveva di più.

Che ne era stato dei suoi sogni di bambina?

Siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni, aveva letto in un blog qualche giorno prima. Aveva preso a navigare per riempire i suoi vuoti non solo di tempo, ma vuoti dell’anima. Sentiva il bisogno di darsi delle risposte e le cercava in rete.

Però aveva come la sensazione che nelle sue ricerche le sue domande si moltiplicassero anziché ridursi e che i suoi pensieri si annodassero anziché sbrogliarsi. Per una risposta che trovava, altre mille domande si sollevavano. Una sorta di reazione a catena che non riusciva a controllare. E poi era così facile perdersi in quel mare di notizie, informazioni, conoscenze!

Erano fortunate le generazioni odierne, pensava. Però, quando vedeva i suoi figli limitare la loro interazione con il pc a you tube, ai social network e ai giochi, si chiedeva se veramente avessero compreso l’uso di quello strumento e la bellezza di quella opportunità e che lei e quelli della sua generazione potevano solo sognarsela! A loro tutto questo era stato precluso.

Spesso si dice che poche sono le cose gratuite a questo mondo e tra queste sono menzionati i sogni. Ma è una crudele bugia quella di far credere che i sogni lo siano. I sogni non sono fatti per la gente comune. Solo chi ha un patrimonio con più zeri e non deve vendersi l’anima ogni giorno può permettersi di sognare e perfino crederli o renderli veri! La realtà è che pochi hanno la forza di resistere al loro destino e sognano. Tutti gli altri sono costretti a vivere. Devono, non viene data loro altra scelta.

Dei passi frettolosi che si approssimano la scuotono da quel letargo in cui è caduta e un giovane corre nella sua direzione e le è quasi addosso. Laura, presa alla sprovvista, mette le mani davanti a sé come a proteggersi, temendo una sorta di violenza nei suoi confronti. Il giovane non ha intenzioni illecite, rincorre solo il pallone tirato troppo lontano e finito ai piedi di Laura.

Si piega e lo raccoglie.
“Scusi.” riesce a biascicare combattendo il fiatone.

Laura scuote la testa e ritira le braccia vicino il suo corpo, stringendosi dentro ad esse e arrossendo per l’imbarazzo.

“Non volevo spaventarla.” aggiunge poi il ragazzo rendendosi conto che Laura ha ancora gli occhi spalancati per la paura.

“No, non è… non è niente.” balbetta Laura.

“Palla!” urlano da lontano gli altri ragazzi.

“Devo andare.” si scusa il ragazzo e si allontana correndo con la palla tra le mani.

Laura rimane inebetita a guardarlo correre e si chiede da quanto tempo non abbia corso veramente. Va sempre di fretta e usa spesso la parola correre o di corsa, parlando di sè, ma quand’è che ha corso l’ultima volta per davvero, non lo ricorda.

E quando era stata l’ultima volta che aveva passeggiato, non camminato per andare a fare la spesa, o portare Giacomo a scuola, ma passeggiato? Ovvero, andare in giro, magari senza una meta, per il solo piacere di camminare e magari proprio in un parco?

Anche a questa domanda non trovava risposta certa.

Teme di farsi altre domande e di scoprire quante altre cose non ha fatto e da quanto tempo.

Ad esempio quale era stato l’ultimo viaggio che aveva fatto? Quando era stata l’ultima volta a teatro o a cinema? Quando era uscita con le amiche? Quando era stata dal parrucchiere? Quando aveva comprato un abito nuovo per sé?

Guarda l’orologio al suo polso e, presa dal senso di colpa, prontamente si alza e si incammina verso il negozio. Sono quasi le undici. Il tempo è volato. Ha dormito su quella panchina? A questa domanda invece aveva la risposta, ma non voleva rispondere. E comunque non era tempo perso! Era tempo risparmiato. Per sè. Per sognare.

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