Roberta

Roberta aveva incontrato Piero un giorno estivo di afa.
Aveva camminato sotto il sole cocente del primo pomeriggio per tutta la strada in salita per giungere la casa dei suoi nonni. E poi i tre piani a piedi perché per usare l’ascensore bisognava avere la chiave.
Era arrivata al piano e aveva suonato il campanello.
Aveva bussato. Aspettato. Ma la porta era rimasta chiusa.

Si era seduta sugli scalini, proprio dirimpetto alla porta, e aveva sentito il freddo del marmo della scalinata darle un po’ di sollievo. Il suo vestitino azzurro, il preferito del nonno, era completamente bagnato di sudore sulla schiena.
Aspettava con pazienza senza sapere cosa fare. Come mai non aprivano? Doveva preoccuparsi?

I suoi le avevano detto di andare dai nonni mentre loro sarebbero andati al funerale del collega di suo padre; quindi sapevano che i nonni erano a casa, o no? Magari erano solo usciti a fare una passeggiata, pensa. Ma con quel caldo? Scartò quell’idea. E intanto aspettava.

Prese l’orlo del vestito e cominciò a sventolarsi il viso tenendo le gambe larghe. La calura era meno incisiva nella tromba delle scale, però lei sentiva tanto caldo lo stesso. Provò a darsi una spiegazione e pensò che doveva essere perché lei aveva accumulato troppo caldo lì fuori che ora emanava dalla sua pelle, scaldando anche l’aria circostante al suo corpo. Pertanto se si sventolava, come stava facendo, avrebbe mosso l’aria così che questa le sarebbe parsa più fresca. E in effetti provava sollievo.

D’un tratto sentì dei passi su per le scale e si affacciò alla balaustra. Non erano i nonni. Era solo un uomo che saliva. E poi come avrebbero potuto i nonni salire a piedi? Loro usavano sempre l’ascensore. Anzi, continuavano a benedire l’inventore dicendo che, alla loro età, non avrebbero mai potuto vivere in quell’appartamento se non ci fosse stato l’ascensore!

L’uomo saliva con andatura costante. I suoi passi riecheggiavano senza sosta nella tromba delle scale come un ritmo. Non si fermò al primo piano. Nemmeno al secondo. Veniva proprio al terzo, dove si trovava lei!

Allora Roberta, per non farsi trovare “scomposta” – come soleva dire sua madre – si alzò, sistemò l’orlo del vestitino lisciandoselo e si mise dritta in piedi, proprio davanti alla porta. Le sembrava inutile suonare un’altra volta il campanello. E poi sarebbe stato proprio strano farsi trovare lì da un po’ e suonare il campanello proprio quando l’uomo fosse arrivato al piano.

L’uomo arrivò e si fermò davanti all’altra porta che era al piano e, vedendola lì, la salutò.

“Ciao.”

“Ciao.” Rispose Roberta, mentre arrossiva un po’ imbarazzata.

“Non c’è nessuno?” si informò.

“No. Non ci sono.”

“Saranno usciti.”

“Il nonno non esce da anni. Non sta molto bene.” Disse con voce preoccupata.

“Hai suonato?”

“Sì, ma la nonna non ha aperto.” E mentre lo diceva una crescente paura le si allargò nel cuore riempendole di lacrime gli occhi.

“Forse è uscita solo lei.” Disse l’uomo per tranquillizzarla. Poi, come avesse realizzato solo allora, si avvicinò di qualche passo e allungò la mano. “Mi chiamo Piero e vivo qui.” E con le chiavi ancora in mano fece segno verso l’altra porta del pianerottolo.

“Forse…” disse pensierosa Roberta.

“Non vuoi entrare? Magari bevi qualcosa di fresco, fa caldo.” Disse spostandosi verso la porta e aprendola.

Roberta tentennò. Le venivano alla mente tutte le raccomandazioni della mamma riguardo agli sconosciuti, soprattutto uomini. E poi alle caramelle che non si devono accettare. Ma questo pur essendo un uomo, non era sconosciuto! Viveva vicino ai nonni! E non le stava offrendo caramelle, ma una bevanda fresca!

“No, aspetto qui.” Disse poi più per pudore che per paura.

“Va bene, ma se hai bisogno di qualcosa, non esitare a bussare.” E detto questo entrò e si chiuse la porta alle spalle.

Roberta si diede della stupida, forse si era comportata proprio come una bambina. Ormai aveva sedici anni! Era quasi una donna e quelle raccomandazioni che la mamma le faceva da bambina ormai non valevano più.

Si avvicinò alla porta di Piero e suonò il campanello, senza nemmeno pensarci.

Dopo qualche istante la porta si aprì.

L’uomo aveva tolto la giacca dell’abito che portava e le fece un sorriso dicendole di richiudere la porta allontandosi verso l’interno, lungo il corridoio. Roberta notò che anche la sua camicia era sudata sulla schiena.

Roberta richiuse la porta e si avviò, seguendolo lungo il corridoio fresco. Sapeva già il percorso dove portava. Questo appartamento era l’esatto speculare di quello dei nonni. Arrivò in cucina che aveva la tapparella calata a metà per non farci entrare troppo sole.

La cucina però era più moderna di quella dei suoi nonni. L’uomo si avvicinò al frigorifero e prese due bottigliette di coca.

“Ti piace?” le chiese sollevandole con una mano.

“Sì, anche se…”

“Anche se?”

“Mia mamma dice che fa male e non devo berla.”

“Ha ragione tua madre a dire che non è molto salutare, ma una volta, ogni tanto, non può far tanto male.” Sorrise e le fece l’occhiolino.

“Sì, non può far tanto male.” Si convinse immediatamente Roberta.

Piero si avvicinò al tavolo, scostò una sedia e si sedette.

“Siediti.” Le disse indicando la sedia dalla sua parte del tavolo.

Roberta si accomodò e allungò la mano per prendere la bottiglietta. Era gelata. La condensa le inumidì la mano.

“Fredda, eh?” esclamò compiaciuto Piero.

Roberta annuì, svitò il tappo e tirò un lungo sorso.

“Non sei sposato?” chiese appena ebbe ingurgitato la bevanda che le lasciò una scia di gelo e di dolciastro lungo tutto l’esofago.

“Sì.”

“E dove sono tua moglie e i tuoi figli?”

“Si sono trasferiti in un’altra città, dopo il divorzio.”

“Quanti figli hai?”

“Due.” Disse e poi prese un altro lungo sorso dalla bottiglietta.

“Quanti anni hanno?”

“Carlotta sei e Delia tre.”

“Due femminucce?” sorride Roberta.

“Sì, sarebbe strano se un bambino si chiamasse Carlotta o Delia!” rise divertito e anche Roberta rise con fragore.

Prese un altro sorso e poi Piero cominciò a fare lui domande alla ragazzina.

“E tu? Hai fratelli o sorelle?”

“No. Solo figlia unica.”

“Ti sarebbe piaciuto avere un fratello o una sorella?”

“Sì, quando ero piccola ho chiesto alla mamma di avere altri bambini, ma lei mi ha detto che non era stato possibile averne altri. E così… sono rimasta sola.” Dopo aver pronunciato quelle parole, Roberta guardò alle sue spalle, in direzione della porta, verso la parete dall’altra parte del corridoio, immaginando di sentire dei rumori nell’appartamento. “Hai sentito pure tu?” Chiese.

“Cosa?” domandò interdetto Piero.

“Quel rumore.”

“Non c’è nessun altro qui, solo io e te.” Si giustificò Piero per tranquillizzarla.

“No, non dico qui, di là.” E fece segno verso la parete, oltre la parete stessa.

“Non mi sembra. Vuoi andare a suonare di nuovo?”

Roberta annuì, lasciò la bottiglietta a metà sul tavolo e si precipitò verso la porta. La aprì e corse a suonare il campanello.

La nonna apparve dopo qualche istante, sorpresa di vederla ansante.

“Che fai? Hai corso?”

“No, ma non c’eri! Ho suonato. Ho pensato che stessi male pure tu!” farfugliò agitata Roberta mentre si stringeva alla nonna.

Intanto Piero si affacciò dalla sua porta aperta e guardò con apprensione la donna anziana e la ragazza. Poi fece un cenno con la testa e aggiunse il saluto.

“Buongiorno.”

La nonna istantaneamente preoccupata guardò sua nipote per paura che fosse successo qualcosa di sconveniente tra loro, e che Roberta fosse agitata non per quello che diceva, ma per quello che doveva essere accaduto a casa dell’uomo. Che ci faceva lì?

“Stai bene?” le chiese staccandosela di dosso e guardandola dappertutto come alla ricerca di qualche segno di violenza.

“Sì, sì. Sto bene, sto bene.” Balbettò Roberta affrancata dalla sua stretta.

Piero si avvicinò e porse la mano all’anziana donna.

“Sono l’avvocato Piero Contini.” Dichiarò serio e poi proseguì. “L’ho trovata ad aspettare sulle scale e l’ho invitata a prendere una bibita fresca. Sembrava tutta accaldata e io lo so, tornavo dal tribunale e sotto questo caldo si muore.”

“È vero,” controbattè la nonna “io sono andata all’ufficio postale dietro l’angolo e pure io ho fatto una sudata!”

“Ecco dov’eri!” sbottò con sollievo Roberta.

“Grazie, allora… avvocato.” Aggiunse grata la nonna.

“Non c’è di che. È stato un piacere. È una ragazza in gamba sua nipote.”

“Sì, lo è.”

E senza aggiungere altro, Piero si allontanò verso la sua porta e la richiuse alle sue spalle una volta entrato.

La volta successiva che Roberta andò a trovare i nonni, salì al piano come al solito a piedi e passò davanti alla porta di Piero. Si fermò a fissarla come potesse guardarci attraverso. Si risvegliò da quel torpore dopo qualche istante e proseguì verso la porta di casa dei suoi nonni. Non fece a tempo a suonare che la porta di Piero alle sue spalle si aprì. Il cigolio sommesso dei cardini la fece voltare. Lo vide in piedi, con la sua t-shirt stropicciata e sudaticcia, gli short di tela e i piedi scalzi. Sorrideva languido.

“Ciao.” Si ritrovò a dire senza pensare Roberta.

“Ciao.” Rispose candido Piero.

“Sono venuta dai nonni.” Si affrettò a dire come fosse una giustificazione, una bugia. Lo era?

“Sì. Stai bene?”

Roberta annuì e arrossì come se quella domanda fosse troppo personale.

Piero annuì imbarazzato, imitando il gesto di lei, incapace di aggiungere altro.

“Tu?” chiese Roberta di colpo spaventata dal fatto che lui avrebbe potuto considerare la conversazione chiusa e chiudere anche la sua porta.

“Io? Sto bene, sì.” Disse con voce sommessa.

“Caldo?” riprese Roberta portando il suo sguardo sui piedi scalzi di lui.

“Molto. Lo soffro terribilemente.”

“Non devi uscire oggi? Non vai al lavoro?”

“No, oggi no.”

“Mi offri una bibita gelata?” si ritrovò a domandare Roberta senza sapere bene il perché.

“No, non credo sia una buona idea.”

“No?” replicò delusa Roberta.

Piero scosse il capo e abbassò lo sguardo. Poi, come per giustificarsi, aggiunse.

“Non fa bene, lo sai.”

“Ogni tanto, non può essere tanto male.” Controbattè lesta Roberta, scimmiottando la sua battuta di qualche giorno prima.

Piero sorrise, notando la sagacia della ragazza.

“Cosa pensi di fare da grande?”

“Da grande?” si chiese la ragazza “Non lo so, non ci ho ancora pensato. Perché?”

“Perché sei brava ad argomentare e a rivoltare le stesse dichiarazioni contro chi le ha pronunciate. Diventeresti un bravo avvocato.”

“Mi insegneresti, tu?”

“Non credo tu ne abbia bisogno. Sembra tu abbia un talento naturale.”

“Puoi insegnarmi altro, se vuoi. Voglio imparare.”

Piero rimase interdetto dall’audacia della ragazza, ma anche terribilmente imbarazzato per la piega che la conversazione sembrava aver preso. Sentì che la ragazza provava un’attrazione per lui e sapeva cosa significava. Era la stessa che sentiva lui nei confronti della ragazza. Ma non poteva, non doveva lasciare che lei lo capisse.

“Non ho tempo per l’insegnamento. Sono oberato di lavoro già così!”

Quel rifiuto palese fu come una secchiata di acqua fredda sul fuoco.

“Allora vado.” Mormorò Roberta scoraggiata.

“Sì, vai.” Sussurrò di rimando Piero e, per non farlo sembrare, come sembra a lui, un modo per allontanarla, aggiunse “Anche io devo tornare al lavoro.”

La guardò girarsi di spalle e proseguire verso l’altra porta del pianerottolo, le spalle curve come sotto un peso insopportabile.

“Roberta?” chiamò, prima che potesse suonare alla porta dei suoi nonni.

“Sì?” Roberta si girò a guardare Piero con il cuore che prese a saltarle nel petto e la testa confusa.

“Ti offro una bibita fra qualche giorno. Quando è passato un altro po’ di tempo dall’ultima. Così non farà male.” Accennò un sorriso languido. Un sorriso di scusa, curvando gli angoli della bocca verso il basso.

“Non vedo l’ora.” Rispose pronta Roberta senza arrossire, nonostante sapesse di essere stata sfacciata. Poi si girò e suonò il campanello di casa dei suoi nonni. Mentre lo faceva si sforzò di non girarsi a guardarlo scomparire dietro la porta chiusa. Tuttavia, tese l’orecchio per non perdersi nemmeno il più piccolo rumore, come ne valesse della propria vita, mentre nel petto il suo cuore aveva cominciato una marcia trionfale che l’assordava e faceva scemare ogni altro suono. Perfino la voce della nonna che la vide imbambolata sulla soglia non la raggiunse.

“Roberta?” Cercò di scrollarle di dosso quell’apatia che la irrigidiva. “Roberta? Che fai? Stai bene?”

“Sì, sì. Sto bene. Fa caldo…” Si giustificò per sviare i sospetti della nonna.

“Sì, hai ragione. Fa un caldo infernale. Tua madre è andata dal dottore? Ma vieni, entra. Non restare lì sulla porta.” La nonna si fece da parte e Roberta entrò come un automa che muoveva i primi passi, incerti e lenti.

La porta si richiuse alle sue spalle recidendo l’invisibile filo che ancora la legava a Piero.

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