La finestra su via Roma

Era annottato da un po’. Erano da poco passate le dieci. Come al solito aveva finito tardi in ufficio. Il capitano dei Carabinieri, Duilio Dipoi, alla guida della sua auto, era sfibrato. La sua giornata finiva sempre tardi e cominciava sempre presto. Alle sei e mezza la sveglia suonava. Era come non avere mai terminato l’accademia. La vita militare era molto rigida, ma lui non ci aveva messo molto ad adattarvisi.

Quel giorno era stato uno di quelli che, potendo scegliere, nessuno avrebbe mai voluto affrontare. Ne erano successe un bel po’ di cose.

Prima di tutto alla mattina c’era stato un fuggi fuggi generale per un principio di incendio nello scantinato che fungeva anche da archivio.

A metà mattinata, invece, il reporter free lance Maurizio Bellomo, noto per essere un tipo piuttosto impiccione, e che forniva i suoi articoli al quotidiano locale, aveva chiamato chiedendo di conferire personalmente con lui, sostenendo di essere in possesso di notizie riguardanti l’aggressione alla gioielleria Monti. Quella specie di investigatore privato fai da te, che spesso si ritrovava fra i piedi durante le indagini e che ufficialmente cercava notizie per i suoi articoli, ma che senza ombra di dubbio utilizzava le informazioni ricevute per indagare per conto suo, era sempre in azione.

Pertanto, in quanto incaricato delle indagini, il capitano Dipoi si era sentito in dovere di ascoltare il Bellomo per capire cosa ci fosse di vero in quanto andava affermando e gli aveva dato appuntamento nel suo ufficio per le quattro di quel pomeriggio.

Aveva passato il resto della mattinata al suo pc per regolarizzare alcuni incartamenti che più tardi avrebbe inoltrato al Comando provinciale e aveva staccato per il pranzo senza tornare a casa. Aveva consumato un panino vegetariano, melanzane grigliate e mozzarella affumicata, ed una bottiglietta di acqua minerale frizzante al bar a poche centinaia di metri dalla sua sede di lavoro. Aveva fatto un giro un po’ più lungo per digerire il pranzo, se così si poteva chiamarlo, ed era ritornato in servizio quasi subito per finire di riordinare le sue scartoffie. Dopotutto tornare a casa non era necessario. Viveva da solo e nessuno lo aspettava.

Il Bellomo si era presentato dai Carabinieri alle 15:45, con un quarto d’ora in anticipo sull’orario stabilito. Gli avevano annunciato il suo arrivo e lui si era affacciato sulla soglia del suo ufficio e lo aveva invitato ad accomodarsi. Poi si erano seduti uno di fronte all’altro, senza alcun cenno di sfida tra loro. Erano tre anni ormai che si conoscevano.

Da quando il capitano Dipoi si era trasferito in quel paesino di provincia dalla capitale, aveva pensato che tutto sommato gli stava bene quella sede in un posto tranquillo e non troppo grande, anche se ai suoi ordini erano soggette altre quattro stazioni di altrettanti comuni limitrofi. Tuttavia la tranquillità che pensava di trovare, non era mai arrivata. Per un motivo o per un altro c’era sempre qualcosa che lo teneva allerta, senza nemmeno considerare la quantità di burocrazia con la quale si trovava a fare i conti giornalmente. Infatti soleva ripetere che, in tempo di pace, la guerra peggiore per un ufficiale militare era quella che combatteva contro le carte.

Il Bellomo era una persona di circa quarant’anni, di aspetto gradevole, alto, snello, atletico, scapolo e molte donne gli ronzavano intorno, anche se portava sempre i capelli rasati a zero, per comodità diceva lui, e la barba incolta. Quando lo aveva conosciuto, gli era stato presentato da uno dei suoi uomini, lo aveva trovato una persona intelligente, intuitiva ed arguta e soprattutto vera. Gli era piaciuto subito nonostante la sua attitudine ad intraprendere ricerche, non esattamente di sua competenza, per conto suo.

Il capitano Dipoi aveva esordito, senza preamboli o formalismi, chiedendogli cosa sapeva.

“Allora, Maurizio, che cosa hai scovato questa volta?”

“Non ci crederai, ma del tutto casualmente ho trovato qualcuno che monitorava la via Roma, un paio di settimane precedenti il giorno dell’aggressione, proprio di fronte alla gioielleria. Hai presente La finestra sul cortile di Hitchcock?”

“Anche lui ha entrambe le gambe rotte? E poi casualmente non è una parola azzeccata. Nulla succede per caso, nel tuo caso.” E facendo l’occhiolino lo invita, con un gesto della mano, a continuare.

Il Bellomo, facendo un ampio sorriso per il velato complimento, ribatte: “Non è un uomo e non ha le gambe rotte, ma ha un cannocchiale.” Poi con uno sbuffo come risata comincia a raccontare.

La signora Pacelli, che lui aveva notato acquattata dietro le persiane mentre guardava in alto, passando per la via in cerca di notizie per il suo articolo sull’aggressione, era la dirimpettaia del secondo piano.  

Quando l’aveva scorta, un lampo di genio gli era balenato in mente e, senza metterci troppo, si era dato da fare e si era presentato alla sua porta. Sfoderando tutto il suo fare charmant e finalmente vincendo l’iniziale diffidenza della signora, era riuscito a farsi invitare all’interno. Si era accorto subito che la donna doveva sentirsi molto sola e aveva cominciato alla larga chiedendole di parlarle di sé e della sua vita per scioglierla un po’.

Aveva saputo così che era la vedova senza figli di un bancario ed aveva 78 anni suonati. Non usciva mai di casa e si faceva portare tutto quello che le serviva dal garzone del piccolo supermercato del quartiere. Apparentemente senza troppi interessi, la donna, da quando era rimasta vedova, passava la maggior parte del tempo della sua giornata ad osservare il pezzo di strada sottostante.

Quindi, finito il racconto della sua vita, la vedova aveva fatto un ampio sorriso soddisfatto ed aveva risposto volentieri alle sue domande senza risparmiarsi i particolari che lei aveva meticolosamente appuntato su un foglio di carta.

Gli aveva detto che esattamente il mercoledì 18 maggio, ben due settimane e mezza prima dell’aggressione, aveva notato un giovanotto che gironzolava senza meta nei pressi dell’edicola all’angolo di strada.

Diceva, giustificandosi, perché lui non pensasse che fosse una ficcanaso, che si sentiva sola e che la televisione non le faceva molta compagnia. Lì mostravano tutte cose a lei distanti come ad esempio reality shows, che di reale non avevano nulla, e telefilm della realtà americana che non rispecchiava il suo mondo. Inoltre le poche trasmissioni che non fossero di politica, e che a lei non interessavano (figurarsi erano anni che non votava nemmeno più!), la annoiavano. Diversamente i notiziari, pur essendo la cronaca dei suoi tempi e del suo mondo, le mettevano tristezza perché ormai raccontavano solo di notizie tragiche e di catastrofi naturali.

Pertanto, aveva continuato a raccontare la donna, quella sua abitudine di stare affacciata alla sua finestra, sul suo mondo, era pian piano cresciuta tanto da diventare una routine ed addirittura certi giorni, si allontanava solo per dormire, per andare in bagno e per prepararsi un boccone che consumava sempre alla sua postazione.

Dunque, sempre secondo la signora Pacelli, il giovanotto aveva sostato lì per diversi giorni per circa una settimana antecedente a quella dell’agressione. Comprava il giornale all’edicola, alle volte gironzolava per le vetrine o si sedeva sugli scalini del portone del palazzo di fronte, di fianco alla gioielleria e lì ci rimaneva a leggere distrattamente il giornale fino a che non lo richiudeva e se ne andava.

La presenza di quel giovanotto era una novità e per questo aveva preso ad osservarlo con più attenzione, ed aveva notato che il tempo che passava in strada era di un intervallo intorno alle due ore: dalle dieci a mezzogiorno. Senza sapere come, presa da una curiosità morbosa, fece di quel giovane il suo obiettivo primario. Infatti gli aveva fatto una descrizione puntuale e che lui aveva riportato pari pari su una specie di resoconto che aveva stilato, oltre alle altre notizie significative, e che avrebbe lasciato a disposizione del capitano.

Continuava poi dicendo che la cosa che l’aveva impressionata era stato uno strano comportamento del giovane il giorno in cui un’auto dei Carabinieri era passata al volo ed aveva mostrato segni di nervosismo, sbiancando in volto. Non appena l’auto aveva proseguito nella sua corsa senza fermarsi e si era allontanata, il giovanotto aveva ripreso colore. Dopo pochi istanti aveva ripiegato il giornale e si era allontanato dalla scena scomparendo prima ancora che fossero trascorse le due ore.

Dopo quel giorno, ed esattamente il lunedì 23 maggio, non lo aveva più visto nei dintorni fino a quando, il giovedì di quella stessa settimana, cioè una settimana prima che avvenisse l’aggressione, come al solito suonano alla sua porta e lei si accinge ad aprire. Doveva trattarsi di Giuseppe, il garzone che le portava la spesa settimanale, però, essendo una donna sola e per giunta anziana, aveva guardato dallo spioncino per accertarsene ed era rimasta senza fiato quando aveva riconosciuto il ragazzo che per una settimana aveva osservato dalla sua finestra. Allora aveva chiesto chi fosse e cosa ci facesse lì alla sua porta. Il ragazzo aveva risposto di chiamarsi Alessandro e che sostituiva il garzone del supermercato. La donna, non ancora completamente convinta, apre la porta e rimane sulla soglia per impedirgli di entrare, anzi gli chiede di mostrarle un documento di identità perché se ne sentivano di tutti i colori e non voleva che anche a lei potesse capitare qualcosa del genere. Il ragazzo, spazientito e scontroso, le dice che non ha documenti e che se non si fida può sempre chiamare il signor Giovanni, proprietario del supermercato. La donna lo aveva guardato con insistenza, indecisa se fidarsi o meno, e poi aveva guardato nei sacchetti per controllare la spesa. Sembrava essere tutto in ordine e quindi aveva saldato il conto e aveva richiuso in fretta la porta. Ripensandoci in seguito aveva concluso che il giovane era in cerca di un lavoro e che forse era quello in motivo per il quale si era appostato nei dintorni.

Fino al giorno dell’aggressione lei non lo aveva più visto, se non per brevi apparizioni nella via, ovviamente per fare le consegne, e si era convinta più che mai della sua teoria.

Però il Bellomo si era chiesto, come mai il ragazzo aveva ciondolato sistematicamente nei dintorni per quelle due ore, per quasi una settimana? E soprattutto perché si era spaventato alla vista dell’auto dei Carabinieri?

Allora aveva deciso di andare a fondo e capirne di più. Aveva avvicinato il proprietario del supermercato con la scusa di stare scrivendo un articolo sul perché le botteghe ed i piccoli negozietti stessero ormai scomparendo dalle città e quali fossero, secondo lui, i motivi per i quali non riuscivano più a contrastare la concorrenza delle catene dei grandi iper e supermercati. Era stato così che si era addentrato in argomenti delicati chiedendo quale influenza avesse il numero degli impiegati e che peso, in percentuale, avesse il pagamento dei loro salari sul bilancio delle spese. Infine aveva chiesto dettagli sul suo personale: quanti erano, che tipo di persone erano, quali origini avevano, con quale criterio venivano distribuiti i turni di lavoro, se avevano famiglia, se chiedevano o avevano il permesso di fare straordinari ed altre domande del genere.

Aveva saputo che il ragazzo, Alessandro, che era stato assunto da poco meno di un mese ed in verità ancora in prova, era il più piccolo di due fratelli che erano rimasti orfani e che versavano in brutte acque.

Quindi l’esercente aveva dato la sua opinione riguardo alla ragione per la quale, nonostate la concorrenza impari, i negozietti delle cittadine non si erano estinti. Essi rappresentavano una parte importante del tessuto sociale. Funzionava come in una famiglia: ci si aiutava in caso di bisogno. Ad esempio il rapporto tra esercente e cliente era umanizzato e non freddo ed impersonale. Ci si conosceva e ci si fidava. Si poteva pagare a fine settimana o a fine mese anziché subito. Si poteva portare la spesa a domicilio alle persone che non potevano uscire di casa. Oppure, come nel caso del suo  garzone, si poteva non essere obbligati a terminare un certo periodo di lavoro perché semplicemente vincolati da un contratto, e se ne poteva cominciare un altro, meglio pagato, perché ci si doveva sposare e mettere su famiglia. Era quello il motivo per il quale aveva affisso il cartello “cercasi subito garzone” in vetrina e, quando il ragazzo, Alessandro, si era presentato da lui, raccontadogli della sua situazione, lo aveva subito preso in prova.

Il Bellomo continuò dicendo che, secondo le sue fonti, piuttosto attendibili, la stranezza dell’aggressione sembrava consistere nel fatto che, chiunque fosse stato ad entrare nella gioielleria, avesse scelto il momento meno adatto a colpire, proprio a tarda mattinata, proprio quando era più rischioso e sarebbe stato più facile essere notati. Aveva ritenuto ovvio concludere quindi che l’aggressione doveva essere l’opera di un principiante, ma informato del fatto che intorno a quell’ora il Monti sarebbe stato solo in negozio, poiché intorno alle 11:00 sua moglie, che di solito apriva col marito il negozio, lo lasciava per andare a fare la spesa per poi andarsene a casa a cucinare. Inoltre, ad avallare questa sua convinzione, c’era il fatto che, a parte il ferimento del gioielliere, sembrava non fosse stato portato via niente di valore, così come continuava a ripetere il signor Monti stesso. Infatti, nonostante qualcuno si fosse preso la briga di andare ad accoltellarlo, non aveva nemmeno considerato l’idea di mettersi in tasca quanto c’era in cassa o almeno allungare le mani su alcuni oggetti negli espositori e nemmeno di dare uno sguardo più attento alla cassaforte aperta. Per qualche motivo, chiunque avesse colpito il gioielliere, non doveva averne avuto l’intenzione e quel fatto doveva averlo sconvolto al punto tale da farlo fuggire senza nemmeno provare ad approfittare della situazione.

Allora si era chiesto se il Monti non stesse mentendo. Chi o cosa stava nascondendo? Forse dovevano esserci altre ragioni per le quali il signor Monti taceva. Aveva testardamente proseguito ad indagare e, da sue ricerche nei dintorni, era riuscito ad appurare che ultimamente c’erano insoliti movimenti di persone a tarda sera, dalla porta che dava sul cortile interno, quando l’orario di chiusura della gioielleria era passato da un pezzo.

Il capitano Dipoi lo aveva ascoltato attentamente e, come al solito sentiva che il Bellomo aveva un maledettissimo fiuto per le storie e per i dettagli. Quindi lo aveva ringraziato per quelle informazioni e, dopo averlo scoraggiato dal continuare a condurre quelle sue indagini personali, lo aveva gentilmente congedato.

Non appena il Bellomo si era allontanato dal suo ufficio, aveva chiamato il brigadiere Gismondi e gli aveva chiesto di organizzare immediatamente dei turni notturni di sorveglianza alla gioielleria ed a casa dei Monti. Voleva sapere chi entrava e usciva dal suo negozio, a che ora e possibilmente che cosa ci andava a fare, oltre a tutti gli spostamenti degli stessi coniugi Monti. Sentiva di dover verificare quanto attendibili fossero le informazioni del Bellomo. Poi aveva contattato il Pubblico Ministero per chiedere l’utorizzazione a mettere sotto controllo i telefoni dei Monti, casa, negozio e cellulari compresi e per avere il nulla osta ad acquisire i conti bancari.

Erano ormai le 18:00 e stava pensando di tornarsene a casa prima, pregustando di prepararsi con calma qualcosa di appetitoso e soprattutto di caldo. Invece la gazzella era ritornata in caserma portandosi dietro due ragazzini Rom. Continuavano a dimenarsi e a inveire, nella loro incomprensibile lingua, contro i due carabinieri che li avevano ammanettati e condotti lì. Erano stati sorpresi in flagranza di reato. I militari passavano, per il solito giro di perlustrazione, per il viale che costeggia il parco e avevano assistito alla scena. Mentre il primo ragazzo, quello più magro, aveva preso il passeggino con dentro un infante, approfittando della distrazione della madre che badava all’altro suo figliolo seduto a giocare per terra, di fianco alla panchina sulla quale era seduta, l’altro, il tarchiato, aveva afferrato la borsa che era rimasta incustodita sulla panchina ed era corso via. La donna naturalmente, costretta a scegliere tra suo figlio e la borsa, si era catapultata dietro al primo per cercare di riprendersi il bimbo. Allora uno dei due carabinieri era balzato fuori dall’auto e si era lanciato all’inseguimento. Era piombato addosso al ragazzo e lo aveva bloccato ammanettandolo. Il suo collega, invece aveva aggirato il parco ed era riuscito a fermare il compare dall’altra parte che si era già liberato della borsa, ma aveva trattenuto il portafogli che nella fretta non era riuscito ancora a vuotare.

Erano le venti passate quando, ormai esausto, aveva deciso di andarsene a casa. Si era alzato stiracchiando le gambe e la schiena indolenzite per la lunga permanenza alla scrivania e si stava avviando a lasciare l’ufficio, ma, evidentemente, non era ancora il momento. Aveva pensato che certi giorni sembravano non finire mai!

Una chiamata, arrivata qualche minuto prima, aveva riportato un’intrusione, e forse lo svoglersi di un furto, in una villetta di periferia i cui proprietari si erano allontanati da alcuni giorni per una vacanza. Due auto erano tempestivamente arrivate sul posto ed avevano sorpreso i due furfanti ancora in azione nonché il loro complice appostato a fare da palo.

Finalmente, alle 21:45 aveva potuto salutare ed andare via.

Si era messo alla guida della sua auto privata, una Audi A4 grigo scuro, dopo aver tolto la giacca della divisa ed averla appoggiata, ripiegata, sul sedile posteriore. Si era tolto anche la fondina con la sua arma di servizio che di solito metteva al sicuro nel portaoggetti durante il viaggio. Aveva allentato il nodo alla cravatta, sbottonato i primi due bottoni alla camicia e rimboccato le maniche.

Appena aveva messo in moto, aveva sentito il suono del rilevatore del livello di benzina avvertirlo di fare rifornimento. Erano parecchi giorni ormai che viaggiava in quelle condizioni e se non voleva rimanere per strada, ed era anche possibile che ci rimanesse quella stessa sera, e non ne aveva affatto voglia, doveva fermarsi alla stazione di servizio. Purtroppo a quell’ora le stazioni di servizio erano già tutte chiuse. L’unica alternativa sarebbe stata quella di prendere la tangenziale che portava verso l’autostrada dove c’era il distributore della Shell. Tutto sommato non era molto distante dal suo ufficio, ma ironicamente, lo avrebbe portato più lontano da casa sua dove assolutamente avrebbe voluto tornare presto. Si era fermato a ponderare se fosse stato il caso di aspettare e farlo il mattino seguente, ma non si poteva mai dire. Non erano infrequenti le chiamate in servizio anche di notte ed allora non sarebbe stato affatto opportuno fermarsi a fare rifornimento o, men che meno, rimanere in panne. Quindi, con un sospiro di rassegnazione, ingrana la prima e parte.

La strada è un lungo rettilinio in salita, quindi curva sulla destra e dopo un paio di centinaia di metri gli appare la stazione di servizio self-service. Le luci dei lampioni la rischiarano ed in lontananza l’area di servizio risulta essere deserta. Giunto all’imbocco, il capitano Dipoi rallenta per poter svoltare e nota che alla sua destra, proprio nascosta dietro la siepe, c’è un’auto. È una Mercedes. Sembra l’auto del gioielliere Monti. Sembra essere stata abbandonata in tutta fretta con lo sportello del guidatore appena accostato. Forse era rimasto senza carburante? Con lo sguardo cerca verso le pompe la presenza di qualcuno che provi a prelevare della benzina, ma, a parte lui, in giro non c’è anima viva. Parcheggia e scende. Si accosta all’auto con cautela per guardare da vicino. Nel frattempo prende il cellulare e chiama la caserma per controllare il numero di targa ed eventualmente chiedere che un’auto sia inviata sul posto per accertamenti. Tocca il cofano dell’auto ed il motore è ancora tiepido. Guarda all’interno e le chiavi sono ancora inserite nel quadro. Torna indietro alla sua auto, apre il vano portaoggetti e prende i guanti. Li indossa e torna all’auto. Si inchina verso l’interno e gira la chiave per controllare il livello di benzina nel serbatoio. Un po’ meno di metà pieno. La spia della riserva non si accende nemmeno! Prova a ricordare, ma non gli sembrava di aver incontrato alcun mezzo dirigersi in direzione opposta mentre raggiungeva la stazione. Pertanto se qualcuno aveva prelevato il Monti, doveva essere andato verso l’autostrada. Un rapimento?

In meno di dieci minuti un’auto con due carabinieri è sul posto. Si avvicinano al capitano il quale fa loro il punto della situazione. Poi chiede ad uno di loro di informarsi presso i Monti se l’auto non fosse stata semplicemente rubata ed abbandonata lì, ma di usare cautela nel caso in cui dovesse proprio trattarsi di rapimento. Dopo pochi minuti il militare gli si avvicina e riferisce quanto ha appreso dal suo collega alla caserma e cioè che i coniugi erano entrambi in casa e che non si erano accorti che l’auto non fosse più nel vialetto. Nessuno dei due sapeva dire esattamente da quanto tempo mancasse. Il signor Monti l’aveva riportata a casa intorno alle tre del pomeriggio di ritorno da una passeggiata e lì era rimasta per tutto il pomeriggio. Alla sera, quando il Monti era ritornato a casa dal negozio, intorno alle 20:40, diceva di averla vista ancora lì. Poi quando i Monti avevano ricevuto la loro chiamata si erano premurati di controlare ed in effetti l’auto mancava. Il loro cane, un barboncino di circa tre anni, che di solito, se il cancello era aperto, rimaneva legato alla catena, non aveva segnalato la presenza di nessun intruso. Lo avevano chiamato e, non ricevendo alcuna risposta, lo avevano cercato nel suo angolo e si erano accorti che la catena era stata tagliata ed il cane era scomparso con tutto il collare.

Il capitano si irrigidisce alla notizia del cane ed all’improvviso teme di sapere il motivo dell’odore acre che aveva sentito appena sceso dall’auto. Esplora con lo sguardo i dintorni dell’area di servizio, ma non riesce a vedere nulla oltre il limite illuminato, a parte il buio dell’aperta campagna. Cerca ancora insistentemente tutt’intorno e, proprio quando sta per rinunciare a quell’idea assurda, i suoi occhi sembrano adattarsi al buio e notare i resti di una pira. Dice ai suoi uomini di aspettare a toccare l’auto ed di portargli, invece, una torcia. Quindi si porta nel campo adiacente ed esamina il posto. La carcassa di un animale di taglia media giace nel mezzo del piccolo rogo. La testa dell’animale manca, ma al collo resta ancora un collare con un pezzo di catena.

Il capitano Dipoi era completamente esausto. Dopo essersi assicurato che l’unità della scientifica si fosse presa cura dei resti del cane e dell’auto nel modo appropriato, era tornato a casa. Si era fatto una doccia e si era messo a letto. Non aveva voglia di altro che di riposare. Tuttavia non riusciva, come si suol dire, a staccare la spina. In testa gli ronzavano ancora gli ultimi eventi della giornata. Non riusciva ad immaginare cos’altro quella storia avrebbe potuto riservare. Era cominciata come un’aggressione e forse mancata rapina, alla quale ora si aggiungeva un atto chiaramente intimidatorio. Chi poteva voler intimidire il Monti e perché? Il sonno lo coglie all’improvviso.

Alle 05:34 il suo telefono squilla. A fatica allunga la mano e prende il telefono.

“Che c’è Gismondi?”

“Capitano, eravamo appostati di fianco alla villetta del Monti, quando qualcuno è sbucato all’improvviso, non sappiamo da dove, con un motorino. Non si è fermato, ma ha rallentato quando è passato davanti al cancello della villetta. Ci siamo insospettiti e lo abbiamo seguito.”

“Allora? Vieni al punto. Chi era?”

“Non lo sappiamo. Lo abbiamo perso. Poi poco fa è arrivata una chiamata in caserma. I Monti hanno ricevuto minacce.”

“Di che genere?”

“Siamo tornati indietro non appena ci hanno avvisato ed abbiamo trovato una testa di animale sulla porta d’entrata della villetta dei Monti.”

“Non c’era altro? Un biglietto, qualcosa di scritto?”

“No, solo la testa, forse il loro cane, in una scatola di scarpe. Non sanno dirlo con certezza perché il pelo è bruciato.”

Al mattino, appena rientrato in servizio, il capitano Dipoi aveva chiesto se il rapporto della scientifica fosse stato già disponibile e se c’erano state delle altre novità. No, non era ancora disponibile e no, tutto nella norma. A parte un fatto, forse di nessuna importanza: il Monti era uscito di casa presto, intorno alle 06.45 quella mattina e si era allontanato in bicicletta.  Era ritornato circa tre quarti d’ora dopo.

Il capitano prova a riordinare le idee. C’era qualcosa che non quadrava. Il gioielliere affermava che non avevano rubato niente; non aveva potuto, o voluto, fare una descrizione dell’aggressore, se non molto approssimativa; diceva di non avere nemici; né lui né sua moglie si erano accorti dell’auto che veniva rubata perché il cane non aveva abbaiato; il cane era stato ucciso in modo assolutamente crudele. Che cosa non quadrava?

Il signor Monti viene convocato ed arriva in caserma alle 11:30. Questa volta il capitano voleva delle risposte e non si sarebbe accontentato di qualche risposta evasiva. Lo avrebbe costretto, minacciato se necessario, a parlare e a raccontare.

Nel frattempo il Bellomo chiama ancora in caserma e chiede di poter parlare con il capitano per una questione che avrebbe potuto essere di vitale importanza.

“Che c’è, Maurizio? Cosa hai fiutato ora?”

“Lo sai che non mollo mai se so di avere ragione. Ho trovato una persona che dice di aver venduto al gioielliere degli ori di famiglia qualche sera prima dell’aggressione e di avere visto un giovane uomo allontanarsi in tutta fretta dal negozio. Non sa dire il perché, ma gli era sembrato molto agitato.”

“Ti ha detto chi era?”

 “Non lo aveva mai visto prima, ma dalla descrizione che mi ha fatto sembra combaciare con quella che la signora Pacelli mi aveva fatto del garzone del supermercato.”

“Va bene, Maurizio. Grazie. Controlleremo. Adesso ti devo lasciare.”

Dopo circa un’ora il signor Monti lasciava la caserma, ed ancora una volta non aveva fornito alcun contributo all’indagine. Si ostinava a dire che non sapeva il perché del furto dell’auto e men che meno del perché avessero ucciso il suo cane.

Il capitano cominciava a disperare di riuscire mai a cavare un ragno dal buco in tutta quella storia. Intanto, per non lasciare alcuna pista intentata, chiama Gismondi e gli dice di concentrare l’attenzione sul garzone.

Quella sera stessa, intorno all’orario di chiusura dei negozi, il garzone si avvicina alla vetrina della gioielleria e nota che il signor Monti ancora in negozio, aveva abbassato un po’ la saracinesca e spento le luci della vetrina. Ammira ancora un po’ l’orologio. Un Longines, Flagship della collezione Heritage, in oro. Se ne stava nel centro della vetrina nella sua scatola verde bosco. La targhetta del prezzo penzolava di fianco alla scatola: 5.900,00 €.

Il carabiniere Gismondi, in abiti civili, appoggiato allo stipite della porta del bar, nel quale aveva passato qualche ora a bere caffé e a fingere di leggere il giornale seduto ad uno dei tavolini sistemati all’esterno e dalla cui posizione teneva d’occhio l’entrata del supermercato, osservava il garzone. Sembrava avesse trovato qualcosa di interessante e che la guardasse attentamente. Dopo qualche istante il ragazzo si allontana dalla vetrina e si incammina verso l’angolo di strada dove un motorino è parcheggiato di fianco all’edicola. Sembrava essere lo stesso motorino della sera prima. Prima di ritornare in caserma, a redigere il resoconto del suo appostamento, il carabiniere si avvicina alla vetrina e guarda all’interno. Ci sono pochi oggetti: due collane, quattro anelli, un paio di bracciali rigidi ed uno con una miriade di ciondoli, tre paia di orecchini e, proprio nel mezzo della vetrina, dove il ragazzo sembrava stesse guardando, un orologio.

Il mattino successivo, alle 9:23, la signora Monti chiama disperata in caserma e dice di avere scoperto in corpo senza vita di suo marito nel retro del negozio dopo averlo cercato lì perché quella mattina era uscito presto e non era più rientrato. No, dal negozio sembrava non mancare nulla, sembrava essere tutto in ordine, almeno per quello che poteva vedere ad un primo sguardo. La porta del retro era aperta e suo marito giaceva nei pressi della porta, accasciato ed insanguinato. Era stato accoltellato ancora.

Alla luce dei nuovi eventi il capitano Dipoi aveva richiesto il mandato a perquisire la casa del garzone perché credeva che in qualche modo fosse implicato in quella faccenda. Di sicuro era l’opera di un principiante, e lui si adattava perfettamente all’idea del principiante che aveva in mente. Inoltre aveva il sentore che ci fosse sempre qualcosa che gli sfuggiva. Non sapeva esattamente cosa fosse, ma qualcosa non era esattamente come sembrava.

La perquisizione a casa del ragazzo fu improduttiva. Non fu trovato niente che potesse collegare il ragazzo alla gioielleria. L’unico oggetto che sembrava mancare dalla gioielleria, l’orologio, lì non fu trovato. E non fu ritrovata nemmeno l’arma che aveva ucciso il Monti. Tuttavia furono rinvenute una tenaglia ed una lattina di bezina che furono sequestrate e portate ad analizzare. Dai residui di terreno trovati sul fondo della lattina si poté collegare il ragazzo alla scena del ritrovamento dell’auto e dei resti del cane.

Il ragazzo fu immediatamente convocato in caserma. In breve tempo confessò di aver preso l’auto del signor Monti e di aver ammazzato il suo cane perché voleva che quel farabutto gli ridesse indietro l’orologio di suo padre che aveva acquistato da lui, anzi che gli aveva rubato qualche settimana prima, per soli 230 miserabili euro, quando invece sapeva benissimo valere molto di più. Era per quello che era andato alla gioielleria quel maledetto giorno, per farlo ragionare e farsi ridare indietro l’orologio. Purtroppo le cose non erano andate esattamente come aveva sperato. Quel figlio di puttana lo aveva deriso ed umiliato scacciandolo dal suo negozio. Allora lui non ci aveva visto più. Aveva preso il coltello che aveva in tasca e che, non si ricordava nemmeno come, si era ritrovato conficcato nel fianco dell’uomo. Era uscito di lì in tutta fretta e per fortuna nessuno lo aveva notato. Aveva seguito da vicino le cronache e aveva capito che la ferita del Monti non era grave e si sarebbe ripreso velocemente. La cosa che poi lo aveva sorpreso, e che non si spiegava, era il perché non lo avesse denunciato. In seguito si era convinto che forse sarebbe stato possibile provare a convincerlo con la storia del cane. Però lui dell’omicidio e del furto non ne sapeva niente.

Ancora una volta il capitano Dipoi si ritrovava senza risposte. Il ragazzo negava di aver ucciso il gioielliere e di aver rubato l’orologio ed addirittura di essere più stato all’interno del negozio dopo l’aggressione. Cosa era successo veramente? Chi lo aveva ucciso? Ed ancora, se non era stato il ragazzo a riprendersi l’orologio, perché era sparito dalla vetrina? E perché solo l’orologio?

Sui tabulati del telefono cellulare del Monti, quella mattina, comparivano due numeri: una chiamata in entrata, alle 5:41, un certo Paolo Tersini, il quale fu subito convocato in caserma per dare spiegazioni, ed una in uscita, alle 6:37.

Il signor Tersini aveva dichiarato di trovarsi in difficoltà economiche e che aveva saputo che il Monti avrebbe potuto aiutarlo. Siccome non voleva che in paese si sapesse dei suoi debiti, lo aveva chiamato presto al numero di cellulare che gli aveva dato il suo conoscente così da poterlo incontrare in un orario più consono. Il Monti gli aveva dato appuntamento quella stessa mattina. Gli aveva detto di passare dal retro che sarebbe stato meglio per entrambi dal momento che neanche lui voleva che si sapesse della sua nuova attività. Quando Tersini era entrato nel cortile, aveva notato le luci accese anche nella panetteria, di fianco alla gioielleria, però non aveva notato nessuno in giro e si era diretto verso la gioielleria. Il Monti lo aspettava lì come promesso. Gli aveva dato i soldi che gli servivano ed alle 6:28 se ne era andato, giurando che il Monti era ancora vivo e vegeto quando aveva lasciato il negozio. Il capitano sa che il Tersini non mente perché il suo alibi era confermato dalla telefonata che il Monti aveva fatto alle 6:37.

I signori Ardito, proprietari della panetteria, furono convocati alle 12:00 in caserma, per essere ascoltati. Il signor Ardito sembrava tranquillo e rispondeva con calma ed accuratamente alle domande. Non sapeva dell’attività parallela del Monti e non aveva notato movimenti strani né quella mattina né mai. La signora, invece sembrava guardinga, parlava poco ed assentiva a quello che diceva suo marito. Si vedeva chiaramente che era nervosa e stringeva le mani intorno al manico della borsa che aveva tenuto in grembo. Quando non ci furono più domande che il capitano avrebbe voluto chiedere, li congedò. Poi, come gli fosse venuta un’idea, all’ultimo momento chiese alla signora Ardito se poteva trattenersi ancora un po’. La donna sgranò gli occhi, ma non ebbe la forza di replicare ed ancora una volta assentì col capo, guardando di sbieco suo marito. L’uomo lasciò la caserma e la donna si accomodò di nuovo, sulla stessa sedia di fronte al capitano e rimase in attesa. Dopo alcuni minuti, durante i quali il capitano Dipoi fece finta di rovistare fra le carte che aveva sul tavolo, le chiese guardandola fisso negli occhi. “Non ha nulla da dichiarare, signora Ardito?”

La signora avvampò come un ciocco secco. Quindi deglutendo con forza, si azzardò a replicare: “Che cosa intende dire?”

“Lo sa benissimo cosa intendo.” E lasciò che le parole fossero assorbite lentamente. “Cosa c’era tra lei ed il signor Monti?”

“Niente!” Negò immediatamente la donna.

“Signora Ardito, sappiamo che il signor Monti la chiamava spesso ultimamente, ed anche la mattina dell’omicidio l’ha chiamata. E lei non ne ha fatto parola prima, e lo capisco. C’era suo marito presente. Ora, però, deve dirmi la verità.”

Gli occhi della donna si riempirono di lacrime. Poi coprendosi il viso con le mani cominciò a singhiozzare sommessamnte. Quindi esordì dicendo: “Il Monti era un bastardo e meritava la fine che ha fatto!” Continuò dicendo che lei aveva preso in prestito del denaro dal Monti senza che suo marito ne sapesse niente. Però quel farabutto del Monti dopo un mese aveva aumentato l’interesse e lei non era riuscita a saldare il suo debito. Il Monti le aveva chiesto di pagare l’interesse in un’altra maniera, minacciando di dire del prestito a suo marito in caso di rifiuto. Lei era disperata ed aveva ceduto al suo ricatto sperando di estinguere il debito. Purtroppo il Monti era avido e non aveva nessuna intenzione di limitarsi ad incontrarla una sola volta. Quel giorno dell’aggressione, il Monti le aveva fatto il solito squillo per farla andare nel suo negozio, quando sua moglie si allontanava per andare a fare la spesa. Lei era appena entrata dalla porta sul retro, quando aveva sentito dei passi di qualcuno che entrava nel negozio. Si era nascosta ed aveva aspettato. Il ragazzo era entrato e lo aveva affrontato minacciando di denunciarlo se non gli avesse ridato l’orologio o almeno compensato con il resto dei soldi per l’effettivo valore. Poi aveva sentito il Monti deridere il ragazzo dicendo che era stato lui a proporgli di vendere l’orologio e che, se lui aveva accettato, voleva dire che era un prezzo giusto e che non poteva lamentarsi se era un moccioso e non era in grado di fare affari. Si era messo a ridere sguaiatamente e subito dopo aveva sentito un gridolino soffocato ed un corpo che si accasciava al suolo. Spaventata aveva aspettato fino a che non era stata sicura che il ragazzo fosse uscito ed era andata a vedere cosa era successo. Aveva aiutato il Monti a tirarsi su e a chiamare l’ambulanza e se ne era tornata alla panetteria.

Quando le acque si erano calmate, lui aveva ricominciato a chiamarla e ad esigere le solite prestazioni sessuali in cambio di ciascuna delle quali avrebbe effettuato un piccolo sconto sulla somma di denaro che ancora gli doveva. Non l’avrebbe mai lasciata in pace. Quando quella mattina aveva visto qualcuno aggirarsi nel cortile ed infilarsi nella porta socchiusa del retro della gioielleria, aveva agito senza pensare. Aveva preso uno dei coltelli che avevano in bottega e si era intrufolata dal retro nella gioielleria. Aveva sentito i due uomini parlare e nel giro di qualche minuto l’uomo era uscito. Era così nervosa che non aveva nemmeno spento il cellulare. Il Monti, che sapeva che a quell’ora suo marito era impegnato a fare il pane, le aveva fatto il solito squillo. Sentendo squillare il cellulare proprio sul retro del suo negozio, si era affacciato. Era così meravigliato di vederla già lì che non reagì nemmeno quando i suoi occhi si posarono sul coltello che stringeva nella mano. Successe tutto così in fretta che non si ricordava niente a parte il corpo coperto di sangue, riverso sul pavimento. Quando dopo qualche minuto ebbe realizzato quello che era successo, le venne in mente l’episodio di qualche giorno prima ed aveva sottratto l’orologio per far ricadere la colpa sul ragazzo.

Il capitano Dipoi si alzò dalla sedia, aprì la porta e chiamò Gismondi.

“La signora rimane con noi. Avvertite suo marito.”

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